Recensioni

Le introduzioni al catalogo “L’Agliola di Caresi” 2010

> Diego Mannoni (consigliere comunale Santa Teresa Gallura, delegato alle frazioni)
I nostri avi, le loro abitudini, i loro mestieri, costituiscono la vera storia di un popolo e le sue nobili radici: faro luminoso di orientamento e di stimolo per le future generazioni. L’opera di Gianni Petta nasce con la convinzione che la ricerca delle radici storiche di una comunità, in questo caso Caresi e più in generale l’agro di Santa Teresa Gallura, sia essenziale per proiettare la stessa comunità verso il futuro. Conoscere il proprio passato significa prendere consapevolezza dei percorsi storici e culturali che hanno condotto all’attuale identità sociale. Due attività importanti come la mietitura (missera) e la trebbiatura (agliola) contribuiscono a significare meglio il legame sociale che caratterizza la nostra comunità. Le immagini ripropongono un patrimonio importante da difendere e tutelare.
> Fausto Ligios (fotografo e presidente f/64 Progetto Fotografia)
La fotografia è rappresentazione e, dietro ogni rappresentazione, c’è sempre una regia, un autore. La fotografia di reportage è il racconto di un fatto e ha un referente che deve essere descritto. Più ci si spoglia di una certa personalizzazione dell’immagine, più il racconto sarà fedele. E’ chiaro che il fotografo non potrà ignorare, comunque, il suo background culturale, il suo modo di fare, il proprio modo di vedere le cose. In sintesi, ci metterà sempre qualcosa di suo. L’importante è che l’osservatore non sia distratto da ciò che osserva, ovvero non sia attratto solo dallo stile del fotografo ma, soprattutto, sia coinvolto dal soggetto contenuto nell’immagine.  Ho visto spesso Gianni Petta al lavoro e posso affermare che è un professionista che non spettacolarizza le sue immagini e non chiede al suo soggetto di assumere una posa specifica. Sempre rispettoso del suo interlocutore, Petta non disturba, è silenzioso, non costruisce artificialmente un’immagine ma la cattura così come essa gli si propone davanti. E questo lo si può notare anche in queste foto, sempre pulite, nitide, con un soggetto rilassato e intento nel proprio fare, pronto a cogliere ciò che il momento di da, senza incidere più di tanto. Così il suo racconto diventa più veritiero, ovvero tendente alla verità, certo relativa e non assoluta, ma comunque prossimo all’oggettività. E, in questo periodo di fotografia “ipershoppata” e “spettacolarizzante”, vi assicuro che non è poco.
> Daniele Morini (giornalista)
“Un mondo contadino in via di estinzione”.
E’ proprio vero: la vendemmia, la raccolta e la spremitura delle olive, la “concia” del maiale e – soprattutto – mietitura e trebbiatura evocano ancora oggi tutta la poesia e la genuinità di un mondo contadino in via di estinzione. Gesti universali che, specie se pensiamo alla coltivazione dei cereali, appartengono a culture, popoli e paesi diversi e anche molto lontani tra loro sulle carrte geografiche. In particolare la mietitura e la trebbiatura, non hanno confini, in Italia e nel mondo, anche se i nomi sono diversi, nei differenti dialetti e idiomi. E non è un caso che, negli ultimi decenni, nel nostro Paese – ad esempio – ci sia stata una vera e propria fioritura di rievocazioni della raccolta del grano. Non si tratta solo di rispolverare e rimettere in funzione vecchie e gloriose macchine agricole, di far vestire a giovani e anzioni panni ormai in disuso; non è – insomma – solo una questione di “colore” e di folklore. Questi eventi ci narrano di tempi ormai andati, faatti di solidarietà tra persone e tra famiglie (quelle sì che lo erano!), di lavoro portato avanti insieme per raggiungere un obiettivo comune, di uomini e mezzi che si danno da fare: oggi da me e domani da te. E soprattutto, della grande festa per una giornata di abbondanza che poteva rendere tutto l’anno più gioioso, se il grano era molto, o che – al contrario – se il raccolto era magro – impensieriva il fattore più che il padrone. Usa dire ancora oggi “E’ stata una vera battitura…”, declinando i termini nei vari dialetti, quando si vuole rappresentare qualcosa che ha prodotto ottimi risultati. E quel clima di allegrie delle giornate di mietitura e trebbiatura era comune alle campagne sarde, come a quelle toscane e umbre, o a quelle bergamasche raccontate nei fotogrammi de “L’albero degli zoccoli”. Una cosa è certa: le immagini di Gianni ci restituiscono qualcosa di ormai perduto e, specie in chi ha vissuto gli ultimi scampoli genuini di quel mondo contadino, fanno tornare alla memoria odori e sapori, aneddoti e ricordi di un’altra Italia.

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